New Haven

 Il treno da Gran Central parte alle 9.04 in direzione New Haven. È il primo treno della mattina off-peak, il che significa che non dovrebbe essere molto affollato e che costerà 6 dollari in meno rispetto a quelli partiti per la stessa destinazione nelle due ore precedenti, e significa anche che la maggior parte della gente è già al lavoro, probabilmente in uno di quei bulshit jobs, come li definirebbe David Graeber, o uno di quei lavori che servono a qualcun altro per mettere da parte un po' di quattrini nel proprio conto in banca. Quattrini, macché, semplici numeri. Un lavoro che serve per poter dare l'istruzione ad un qualche computer di assegnarti 3 o 4000 punti in più a fine mese su un qualcosa di etereo che noi chiamiamo conto in banca. Io dal mio privilegio o condanna di persona estranea a tale sistema, posso permettermi di svegliarmi quando voglio e in qualsiasi parte del mondo voglia e di prendere il treno che voglio che andare nella direzione che più mi aggrada. O almeno così credo che sia. Un conto in banca ce l'ho pure io e le istruzioni per aumentare i numeretti che corrispondono al mio nome a fine mese devo poterla dare anche io. Altrimenti il treno non posso prenderlo, né posso permettermi di essere dove e quando voglio io. Ma fino ad ora il sistema l'ho fregato e il mio lavoro, che è il più bulllshit di tutti, o forse il meno bullshit, a dire il vero, me l'ha permesso. Il lasciapassare me lo hanno consigliato due persone che adesso vivono a Via Carducci a Campobasso, suggerendomi di studiare e semplicemente di studiare quello che volevo io e di andare avanti, anche se magari come un ultramaratoneta stanco, ma di non fermarmi, continuare e vedere cosa c'è. Fai così e vai sicuro. Qualche volta ti sentirai perso, ma sarai perso accanto a chi e cosa ami, e allora in fondo sarai meno perso di tanti altri che vivono sotto questo cielo stellato che ci sovrasta.
Io oggi invece lascio il cielo stellato del soffitto di Gran Central cercando le similitudini e le differenze rispetto a dieci anni fa. Quella di Grand Central  è una sala che ti fa girare la testa, e con la testa comincia a far girare anche te e ti spara dritto nella quarantaduesima strada oppure in una qualche linea della metro downton o uptown, o sulla Metro North verso il Connecticut. A me oggi tocca questo giro, e allora in men che no nsi dica sono alla fermata della 125th street in Harlem which is possibly my favourite spot in the city, o quantomento quello in cui più riconosco alcune parti di me. E poi da lì lungo la costa atlantica e le cittadine del Connecticut e gli alberi che diventano man mano più colorati e arrivo a Union Station. Appena scendo dal treno la doamnda a cui devo rispondere mi è subito chiara, lampante, inevitabile: ma io che cazzo ci ho fatto qui per quasi tre anni?
È un luogo a cui non appartengo, che non mi appartiente, che ho sempre saputo essere distante da me, che no nricordo con nostalgia, in cui non spero neanche di ritornare, in cui praticamente non è rimasto nessuno che conosca, a parte Shomeek, che mi verrà a prendere in stazione. Già, come diamine mi venne in mente di lasciare Parigi per venire a vivere qui? Ma poi, in quei tre anni, cosa feci, esattamente? perché io, ora che ho messo il piede a terra giù dal treno, davvero non me lo ricordo. Sto solo pensando, invece, alla Sonata D960 di Schubert, che ho riascoltato per l'ennesima volta durante questo viaggio. Già, ma cosa cazzo c'entra Schubert con il Connecticut?

La risposta me la posso dare subito, tantovale provare a darmela subito. Stretching. Già, mettermi in una condizione così lontana dalla mia condizione di riposo credo fosse una maniera per provare ad allungarmi, ad estendermi, a crescere, a mettermi in discussione, a perdermi un po', o un bel po'. Più semplicemente, poi, c'era il fatto che rifiutare una fellowshipa Yale, 10 anni fa, non sarebbe stata la cosa più saggia del mondo. Ma perché? Ecco, 10 anni fa pensavo che il perché fosse dovuto al prestigio dell'Università, alle possibilità di ricerca, ai progetti che avrei potuto portare avanti. Adesso invece capisco che questi erano quasi dei dettagli insignificanti. Va bene, sto esagerando, non erano insignificanti. Ma erano poca roba rispetto al mettermi di fronte a cultura e persone mai viste prima e in un luogo che a gente fortunata come me mettera a disposizione possibilità enormi. Come quella di trovare pianoforti nel campus e cominciare a studiare la sonata D960 di Schubert. All'epoca stimavo che avrei impiegato 10 anni per imparare a suonarla in maniera non dico buona e neanche accettabile, ma completa, dall'inizio alla fine. !0 anni sono poi passati e non mi sono mosso da pagina 1, semplicemente perché poi non l'ho più studiata. Ecco, una delle strade che mi si era prospettata non l'ho poi percorsa, non tanto per disinteresse quanto per distrazione e scarsa capacità di contentrazione. Altre strade però le ho percorse, questo si, e una di queste mi ha riportato qui, 10 anni dopo, a fare un giro nel campus, a salire e scendere per Hillhouse Avenue, a ritornare nel dipartimento di Geologia, luogo opprimente quasi senza finestre, a vedere quanti soldi si possa permettere il lusso di spendere un'entità come Yale per costruire nuovi edifici scintillanti mentre due strade affianco la gente continua ad ammazzarsi, a ritornare a Clark Street 185 che mi ha ospitato per i quasi 3 anni americani, a mangiare in un ristorante etiope con Shomeek chiacchierando di idee future e ridendo del passato e criticando gli USA come solo due non statunitensi potrebbero fare. Yale è una hedgfound che ha anche interessi nell'educazione, mi dice Shomeek, tra le altre cose. Sembra sia proprio così. Io mi tengo strette le mie piccole epserienze, il mio percorso, dalla scuola elementare di via d'Amato all'università di via Buonarroti e poi a quella di Roslagstullsbacken.
 
Ora il treno ripartito da State Street Station alle 16.35 è già arrivato a Manhattan nel buio del tardo pomeriggio autunnale, ha superato la fermata della 125esima strada e va spedito in direzione Gran Central, dove il cielo stellato continua ad aspettarmi e una nuova giravolta mi catapulterà di nuovo nel mondo.

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